Con grande emozione ho letto la seconda parte dell’intervista alla Maestra Di Pasquale, righe piene di esperienza dove è possibile leggere oltre alla grande preparazione anche un grande cuore. Questa sezione del blog Sulle orme dei Maestri nasce proprio per evidenziare quanto studio e tradizione ci siano dietro l’apprendimento di una disciplina. Un Maestro può avere molti allievi, ma soltanto pochi di questi avranno le capacità per diventare dei buoni Maestri. Ringrazio il Maestro Marco Galiè per aver guidato e coltivato la Maestra di Pasquale portandola ad esprimere le sue grandi potenzialità, e ringrazio la Maestra di Pasquale per gli insegnanti che dispensa con generosità ai suoi allievi certa che tra loro fioriranno futuri buoni Maestri.

1) Che cosa significa insegnare il kung fu ai bambini, a quale età è consigliabile iniziare e con quale frequenza frequentare le lezioni per un corretto sviluppo psicofisico?

Insegnare kung fu-wushu ai bambini significa dare il mio contributo per un futuro migliore. In fondo, insegnando ai bambini cerco di fare qualcosa di buono per ogni allievo cercando di rafforzare valori quali il rispetto, per se stessi e per l’altro, l’umiltà, la condivisione, la perseveranza, la disciplina, valori che hanno lo scopo di consolidare la loro autostima, di accrescere la loro spontanea curiosità, la voglia di imparare e l’impegno nel fare qualcosa cui loro attribuiscono un valore. E come ci insegna il tao, quando si fa qualcosa di buono per gli altri, poi tutto ritorna: i bambini ci insegnano ogni giorno qualcosa, ci stimolano a cercare di essere migliori e ci ricordano l’essenza delle cose. Questo ci permette di mantenere la direzione del percorso. Ecco perché insegnare il wushu ai bambini è un piacevole dovere che si riempie di passione, cura e amore.

Per quanto riguarda l’età consigliabile per iniziare, in Occidente i bambini vengono avviati all’attività sportiva verso i sei-sette anni. In Oriente ho visto bambini partecipare a competizioni internazionali all’età di quattro- cinque anni. Dalla mia esperienza personale mi sento di rispondere che l’età per iniziare è relativa. Ho visto bambini di 4 anni riuscire a compiere dei gesti tecnici che bambini di 7-8 anni hanno difficoltà ad eseguire, ed ho visto bambini di 6 anni capaci di smuovere le montagne. Oltre all’età ci sono molti altri fattori, interni ed esterni, che vanno considerati, quali: l’educazione sportiva, il retaggio culturale, la forma mentis, fattori determinabili dalla famiglia di origine e/o da amici; il contesto più o meno stabile in cui cresce; lo stile di vita (alimentazione, riposo, attività, affettività, relazionalità), la passione che può avere il bambino/a; il talento inteso come dono naturale o innato (che comunque va coltivato); la determinazione e la perseveranza; la struttura fisica; lo spirito. Per quanto concerne la frequenza, da recenti studi emerge che ormai la frequenza dell’attività sportiva per i bambini occidentali è ormai quasi giornaliera (tra scuola, sport, attività extra). Pertanto mi sento di dire che una frequenza di almeno 3 volte a settimana sarebbe l’ideale; ciò che è fondamentale è evitare di forzare la natura delle cose, nel senso che il bambino deve sentirsi pronto a compiere dei passi che non possiamo compiere noi adulti per lui e quindi di stabilire con lui il quanto si sente ad impegnarsi.

2) Quanto conta all’interno di una scuola il percorso di esami per il riconoscimento dei gradi (cinture) soprattutto per i bambini, l’esame come viene vissuto?

Il percorso è ciò che conta davvero, è come si arriva ad ottenere il grado e la cintura che fa la differenza. L’esame viene vissuto in modo diverso, proprio in base al tipo di percorso che il bambino/allievo sceglie di seguire. Ci sono bambini che quando praticano in vista dell’esame pongono molta attenzione e dedizione, manifestando tutto il loro potenziale, a volte rimasto latente per molto tempo; ci sono bambini che si chiudono un pò in se stessi per il timore di fallire, altri che con serena sobrietà si divertono più del solito. Ciò che veramente appaga è vedere che ognuno di loro affronta una sfida, ognuno con l’impegno che riesce a mettere in quel preciso momento della sua vita e che, comunque vada, avranno imparato qualcosa in più di se stessi e di come affrontare quelle che un domani saranno le sfide che la vita gli porrà dinnanzi.

3) Che differenza c’è tra il kung fu tradizionale e gli sport da combattimento?

In realtà, per chi pratica il kung fu tradizionale ed ha combattuto sia secondo i canoni del combattimento tradizionale che secondo i canoni degli sport da combattimento, non cambia molto. E’ il lavoro sottile del marzialista, che si vede dopo molti anni di pratica, che può fare la differenza. Mi riferisco ai valori cui ci ispiriamo, ai criteri cui ci riferiamo nell’arte del movimento, alla qualità tecnica, all’intenzione che mettiamo nel muovere l’energia e l’energia che riusciamo a manifestare durante il combattimento. Quello che dico sempre agli allievi, adulti e bambini, è che il test finale di tutta la pratica è il combattimento. Il combattimento è un atto naturale ed istintivo che nasce dalla necessità di difendere la sopravvivenza. Non si ha molto tempo per ragionare, ma si ha il tempo di decidere se restare centrati, radicati, connessi, presenti qui ed ora, per poter manifestare tutto ciò che abbiamo automatizzato e fatto davvero nostro durante la pratica. Ecco cosa potrebbe fare davvero la differenza.

4) Ha rilevanza conoscere la filosofia cinese e l’energetica legata alla medicina cinese nello sviluppo di un praticante?

Sicuramente più si conosce e meglio è, la conoscenza è sempre senza fine. La filosofia cinese e la parte energetica ci permettono di comprendere meglio e più a fondo il percorso da praticare. Un buon marzialista dovrebbe praticare la parte esterna e la parte interna sempre in maniera equilibrata per rafforzare mente, corpo e spirito.

5) La decima domanda, è una domanda aperta, dove potrà condividere un pensiero che le sta particolarmente a cuore.

Se tutti praticassero con seria passione le arti marziali, il mondo sarebbe migliore e con mio grande piacere vedo che le arti marziali ( in particolare il Taiji quan) ed anche il Qi Gong si stanno ormai diffondendo in tutto il mondo. Anche in Italia si stanno attenzionando i benefici che tali discipline apportano alla salute, perfino in rinomate strutture ospedaliere di stampo tradizionalista che hanno sempre affrontato con sospetto le discipline olistiche.

Per cui, mi sento di concludere questa intervista, per cui sono davvero grata all’ideatrice del presente Blog, con un messaggio che riguarda proprio la connessione: come tutte le cellule che abitano il nostro corpo sono connesse l’una all’altra, e ciò ci consente di eseguire il movimento più efficace dal punto di vista marziale e del benessere, così noi esseri umani siamo connessi l’uno all’altro, su questo pianeta, e l’importante è risvegliare e mantenere viva questa connessione affinché il nostro percorso di vita abbia davvero senso.

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N.B. Le indicazioni contenute in questo articolo non si sostituiscono alla pratica medica alla quale è rimandata la salute e la cura della persona.

Daniela De Girolamo è un insegnate di Qi Gong, Taiji Quan, Meditazione e Medicina Cinese.

E’ Presidente dell’ A.S.D Meihua il vento sopra il lago che si occupa dell’insegnamento e della diffusione delle discipline orientali.

Scrittrice del libro “Pillole di Lunga Vita, guida introduttiva al Qi Gong e al Taiji Quan”.

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